FacebookLinkedin Italiano | English
Home
Shop
Mostre
   2020
   2019
   2018
   2017
   2016
   2015
   2014
   2013
   2012
   2011
   2010
   2009
   2008
   2007
   2006
   archivio
Artisti
Corsi, workshops e lezioni
Noleggia la mostra
Gite culturali e visite guidate
Links
Contatti
Mostre

 Red Passion (Aspettando San Valentino - Waiting for Valentine's Day)
 Mostra collettiva internazionale a tema

  Galerie des Carmes, Toulouse (F)
  8-13 febbraio 2016
Sezione speciale: Red Hints in Chagall's, Picasso's and Warhol's Graphics

Artisti selezionati: Gudrun Adrion (D), Vladimer Asatiani (GE), Irina Avramenko (RUS), Roberta Barbieri (I), Sergio Boldrin (I), Agnese Cabano (I), Alvaro Caponi (I), Pietro Cernigliaro (I), Carmelo Compare (I), Carolina Ferrara (I), Anne Gérard-Bendelé (F), Marina Iorio (I), Cindy Lopez (USA), Barbara Palka-Winek (PL), Antonio Pamato (I), Catherine Perehudoff Fowler (CA), Andrea Pierus (A), Angela Policastro (I), Alfredo Pompilio (I), Elvio Ricca (CH), Josefina Temín (MEX), Lyndel Thomas (AU), Marta Valls (E), Maciej Winek (PL)

Di che colore è l’amore? Sembra una domanda scontata: rosso, ovviamente. E la passione? Il peccato? E la morte, di che colore è? Nera, direi di primo acchito, e conseguentemente attribuirei alla vita, intesa come suo opposto, il colore rosso. Ma poi penserei: dipende. Una morte violenta è rossa. Rossa come il sangue…
Come sempre, da curatrice, mi piace pormi delle domande, darmi dapprima delle risposte che rispecchino il mio modo di essere, la mia cultura (intesa come l’insieme delle tradizioni e dei valori acquisiti dalla società) e poi fermarmi a guardare come gli artisti, spesso provenienti da realtà geografiche decisamente distanti dalla mia, riescano ad ampliare tale ventaglio di possibilità, attraverso i loro diversi punti di vista, tesi talvolta persino a scardinare certezze e luoghi comuni. Ma non è stato questo il caso, perché il colore rosso sembra avere valenze universali.
È il fuoco della passione che brucia nelle vene ne Il bacio (2015) di Pietro Cernigliaro, in cui si percepisce appena la fisicità delle singole teste protese l’una verso l’altra, ormai fuse in un’esplosione cromatica calda e dirompente. Come siamo lontani da Hayez e da quel bacio che a confronto appare tanto composto e morigerato! Ancora passione, così contenuta nella scultura di Antonio Canova, quell’Amore e Psiche (1788-93) che precede il momento del bacio, cui si è ispirata Metamorfosi (2015) di Irina Avramenko. I due volti, stavolta trasferiti su tela e separati a costituire un dittico, si sovrastano e si cercano, in una tensione amorosa sottolineata dal rosso della juta. In questo caso è bastato inserire uno sfondo cromatico per conferire all’opera quel senso di eccitazione e passione che nell’originale scultoreo era invece evidenziata dalla lascivia dei corpi. Erotismo ancora conclamato nell’opera di Roberta Barbieri, L’irriverenza (2014). Le autoreggenti rosse e la gonna corta e svolazzante sono sufficienti per promettere passione e trasgressione.
Nonostante il titolo, La solitudine (2015), vedo nell’opera di Angela Policastro delusione per un mancato appuntamento. Non, quindi, uno status quo, ma piuttosto, un momentaneo stato d’animo. Il rosso, a partire dal calice di vino fino alla sedia, riflesso sulla tenda e persino sullo sfondo, mi fa pensare più ad un erotismo implicito ed atteso, ma sfumato all’ultimo istante, che lascia l’elegante e giovane donna sola, vis-à-vis con le inattese aspettative che avevano preceduto la serata.
Il fuoco della passione e dell’erotismo pian piano si spegne e lascia il posto all’amore, più mentale che fisico, quasi un ricordo. È questo per me Pohesya (2013) di Carolina Ferrara. Come in una fotografia il vestito rosso si imprime nella memoria, e così probabilmente la visione del mare e di quel leggiadro volteggiare della donna, con la brezza marina che ne scompiglia appena i capelli. Anche Amore rosso (2016) dell’australiana Lyndel Thomas rimanda ad un’idea di amore intimo, sì, ma che vive nei ricordi della giovane donna. La vestaglia da camera, come pure la posa, lasciano intuire un amore che è stato, ma che non è più. Non un amore necessariamente finito, ma di certo lontano. Non c’è delusione nel volto della donna, solo una momentanea chiusura in se stessa, forse proprio volta a proteggere un’intima realtà.
In Little Screen (2014) di Barbara Palka-Winek, di contro, la protagonista non appare consapevole dei suoi pensieri. Adagiata su un giaciglio, sembra sprofondata in un sonno profondo. Mi tornano alla mente alcune opere di Paul Gauguin, prima su tutte Manao Tupapau (1892). Se qui è lo spirito dei morti a vegliare la donna, nell’opera dell’artista polacca è un enorme volatile a farlo. Ed il rosso che incendia la stanza fa il resto, riportando l’attenzione su una dimensione onirica. Cosa sta sognando la donna? Possiamo solo immaginarlo…
Nell’interpretazione di Elvio Ricca il rosso è invece punto di partenza verso un percorso iniziatico. In Les germes du souvenir. I semi della memoria (2015), esso è inteso come sinonimo di vita, di calore che solo può portare alla nascita, che si tratti di un fiore o dell’uomo stesso nella sua essenza più profonda (è a questo che fa riferimento l’uovo, di pierfrancescana memoria?). Secondo l’artista quel rosso, più deciso in alcune parti, quelle più terrene, più basse, si trasforma man mano che si sale verso l’alto, su su fino a divenire indaco, il colore del settimo chakra, la vibrazione più “alta” che l’uomo possa raggiungere ed esperire.
In La pace e l’amore (2014) di Antonio Pamato le due personificazioni tendono a sovrapporsi. La Pace, normalmente raffigurata sì sotto forma di colomba, ovviamente dal candido piumaggio, ma se con fattezze umane queste sono certamente femminili; l’Amore, maschile ed in genere identificato dal colore rosso, inteso come amore terreno e passionale. Qui Pace ed Amore in realtà perdono le loro tradizionali connotazioni, generando uno spaesamento nello sguardo del pubblico, ma probabilmente facendosi carico proprio di un messaggio ben definito: laddove regnino pace ed amore, l’una si sovrappone all’altro, in una equilibrata compresenza che nobilita l’Uomo. Anche nell’opera di Anne Gérard-Bendelé, seppure con le dovute differenze stilistiche, torna l’idea di un connubio, anche se qui è molto più azzardato. Le mariage de la carpe et du lapin (2015) mette in scena un divertente e divertito sodalizio tra due specie animali che in natura appartengono a regni distinti, ma che la forza dell’amore, appunto, può accomunare ed unire, per sempre. Un enorme cuore rosso li avvolge e la scelta cromatica, credo non casuale, rimanda alla bandiera francese, che riflette anche la nazionalità dell’artista.
C’è ancora una visione Pop nell’opera di Andrea Pierus, Love in the Box (2013), concepita come una cassettiera in cui custodire, o nascondere aggiungo io, oggetti preziosi per l’amore: un cuore, un ranocchio (evidente il riferimento al bacio che gli ridarà le sembianze di un principe) ed un elettrocardiogramma, perché quel tracciato elettrico in realtà traduce in un linguaggio medico-scientifico il batticuore che inevitabilmente coglie gli innamorati alla vista l’uno dell’altro. Chissà cos’altro possono nascondere tutti quei cassetti, le cui maniglie peraltro altro non sono che spilli…
Bond (2016) di Cindy Lopez è un’installazione che si presta a molteplici chiavi di lettura: un pezzo di stoffa rosso scarlatto interamente rivestito di paillettes, annodato su se stesso. La simbolica raffigurazione di un legame amoroso, certo, come suggerisce lo stesso titolo, ma che al contempo può alludere alla pratica del bondage.
Ma il giro di boa avviene definitivamente con l’opera di Agnese Cabano, Stupro (2014). La rosa rossa insanguinata e la posa della donna denudata sono un chiaro riferimento ad un’aggressione sessuale. La silhouette della rosa si riflette nella pozza di sangue su cui è riverso il capo della giovane, mentre alle spine si sostituiscono gocce che ne percorrono il braccio, come fosse uno stelo. Anche Murdered (2015) di Marina Iorio affronta la tragica realtà di quanto in Italia viene definito, a mio parere con un termine terrificante, femminicidio. Trovo l’opera talmente affascinante che invito il pubblico ad ammirarla come una pura astrazione, in cui il rosso che fluttua nel nero totale, profondo ed insondabile, acquisisce un’espressività di rara forza. Potrei completare qui la lettura dell’opera, ma credo che spiegare il modus operandi della Iorio non possa che aggiungere fascino al fascino. Come ricercatrice per conto di diverse istituzioni internazionali, la Iorio elabora i dati delle onde acustiche che provengono dai fondali oceanici, cosiddette "multibeam", trasformandoli in qualcosa di completamente “altro”, decisamente lirico. A questo punto è evidente che, come accade nella tradizione astratta, il titolo è solo una delle infinite chiavi di lettura possibili, pertanto anche in Goodbye Forever, sempre del 2015, ciò che io posso identificare come un lungo abbraccio, altri possono, ed a ragione, leggere in modo totalmente distinto. Ma la forza che quel rosso è in grado di trasmettere è assolutamente non opinabile.
Altra straordinaria opera in mostra è Arterie (2015-16) di Alfredo Pompilio. Quell’intreccio di segni e forme diventa paradigma non solo di quanto complessa sia la macchina umana, ma del mistero stesso della vita. Siamo solo sangue che scorre nelle vene? Tutt’altro. Quei grovigli sono sinonimo di unicità, e se potessimo guardarci dentro con la stessa “facilità” con cui ci è possibile scrutare l’esterno, carpiremmo infinite verità.
Con Rosso amore, rosso sangue (2016) di Alvaro Caponi torna in qualche modo l’idea che nella pittura astratta è l’occhio di chi guarda che ne determina il senso. L’amore, se malato, può portare al sangue, certo, ma credo che quest’opera vada apprezzata per la forza che esprime, indipendentemente dal titolo attribuitole. Il contatto visivo con la materia che si incalza, si rincorre e si aggroviglia fa venire voglia di allungare la mano e sentire, anche col tatto, l’energia che esprime, e questo nonostante le sue medio-piccole dimensioni.
Ne Il cappotto rosso (Auschwitz) (2015) di Carmelo Compare la citazione è evidente. In Schindler’s List (1993) Steven Spielberg tingeva di rosso il soprabito di una bambina, mentre tutto attorno la pellicola in bianco e nero prendeva il sopravvento. Tutti noi ricordiamo la scena. È la forza del colore, del rosso che si imprime nelle nostre coscienze come sinonimo di istinto vitale, di sopravvivenza. Ebbene, anche nel dipinto la bambina si aggira tra persone ancora vive, ma che già sembrano impalpabili come fantasmi mentre, visivamente ben salde come lei ed il suo cappotto, le ciminiere si stagliano sullo sfondo come cattedrali della morte. Nel percorso espositivo mi piace collegare quest’opera a Still Life (2014) di Maciej Winek. Se il rosso, lì, è stato sinonimo di vita, qui non siamo così distanti. Teschi umani e bucrani si mescolano in una natura morta che in realtà diventa un inno alla vita. Come non pensare a Damien Hirst ed al suo Happy Christmas (2006) in cui la scritta “I once was what you are you will be what I am” campeggia come un monito? E la moda di circondarsi di teschi, sulle t-shirt, le giacche, i portachiavi, le borse e quant’altro possa venire in mente, cos’altro è se non la voglia di esorcizzare la morte? Non a caso Winek utilizza uno stile che risente moltissimo della Pop Art e della sua capacità di rendere “facili” e a portata di tutti, pop-olari, appunto, concetti anche non proprio di massa (un esempio su tutti, il progetto della sedia elettrica di Andy Warhol). È su questa stessa scia che si muove Nadamás senos adelantaron... (They only went forward…) della messicana Josefina Temín. Catrina, esattamente come i teschi e i bucrani cui si è appena accennato, esorcizza la morte, vestita elegantemente in abito lungo, cappello a falda larga e dai colori accesi. In realtà quest’opera fa parte di una serie, tutte rigorosamente realizzate in carta (papel picado nella corretta denominazione e come sempre ricordo di quanto certosino lavoro necessitino e quanto siano delicate da custodire) e monocromatiche. Per l’occasione sarà esposta la versione in rosso. Va sottolineato che la figura di Catrina non vuole affatto ridicolizzare la morte, ma accogliere festosamente, un giorno all’anno, i defunti.
Con Gudrun Adrion ci spostiamo verso realtà molto più angoscianti, ma allo stesso tempo anche drammaticamente attuali. Ever Tried To Walk Thru Life on Your Feet? (2011) esprime la difficoltà di vivere e di trovare la propria strada. Tutti ne abbiamo una da percorrere, e non voglio entrare nel merito, almeno in questa sede, se essa sia già stabilita da qualcuno più in alto di noi o meno, ma di certo in molti passiamo la nostra esistenza a rincorrere falsi miti, a seguire percorsi sbagliati. E ci lasciamo abbindolare da chi ci promette di farci luce e di individuare, per il nostro bene, il cammino più adatto a noi. Cavalli a dondolo, che nell’immaginario collettivo ricordano l’infanzia e la spensieratezza, neri come la pece, seguono in tondo, e quindi a vuoto, un cavallo rosso che conduce un camion. È il diavolo. L’opera ci ricorda, come si evince già dal titolo, che non è poi così semplice camminare per conto proprio… Why? (2007) e Hitten (2011), non da meno, fanno del rosso il filo conduttore di una realtà purtroppo tanto infida quanto strisciante nella nostra società: quella degli abusi su minori. Bambole e cavalli a dondolo, ancora una volta, si fanno portavoce di assurde violenze ed infanzie che si trasformano, da anni spensierati quali dovrebbero essere per tutti, in inimmaginabili ed atroci realtà, che una mente sana farebbe fatica anche solo a concepire.
E per esorcizzare il rosso-sangue e demoniaco, giungiamo a Nereid (2013) di Vladimer Asatiani. Figure assolutamente di natura benevola, secondo la mitologia greca le Nereidi sono creature immortali, parte integrante del corteo di Poseidone, dio del mare. In una visione astratta, la Nereide di Asatiani scivola dolcemente sulle onde marine, chissà, forse a cavallo di un delfino. Un’immagine che ridona leggerezza.
Un rosso carico di attesa è quello che compare nei lavori della canadese Catherine Perehudoff Fowler. In Evening Drama (2008) il cielo si riempie di lingue di fuoco, mentre nel coevo Red Sky, Red Lake aria ed acqua si specchiano l’una nell’altra. Ne deriva l’idea di una Natura che si fa partecipe dei sentimenti umani, che ne riflette i drammi e le inquietudini, ma a tempo debito anche la gioia e la felicità. Oppure, variando il punto di vista, è altrettanto valida l’idea che sia l’uomo a modificare ed adattare il suo stato d’animo alla Natura, ai suoi colori, all’alternanza delle stagioni ed alle variazioni atmosferiche.
Passione e creatività. È con questi aspetti che mi piace chiudere la mostra. Sergio Boldrin ne La passione del giullare (2013), se da un lato annulla le fattezze dell’uomo, dall’altro lo fa bruciare di un fuoco interiore che tutto avvolge e vince, mentre Marta Valls, in Viento fugitivo (2009) dà un’acuta interpretazione del concetto di creatività. Un insieme apparentemente confuso di immagini, derivanti da ricordi ed esperienze di vita vissuta, si affastellano l’una accanto all’altra, mentre i petali di rosa sembrano mantenere vivi anche certi odori e profumi. È la raffigurazione del guizzo creativo, di quell’attimo, frutto di esperienze vissute in prima persona e che contribuiscono a fare di ciascuno di noi un essere unico, che porterà alla nascita dell’opera d’arte. E se la creatività ha davvero un colore, questo non può essere che il rosso…
Adelinda Allegretti
Allegati
 Invito    Catalogo  
Opere
Agnese Cabano, Stupro (2014), olio su tela, cm 60x60 Alfredo Pompilio, Arterie (2015-16), acrilico su legno, cm 55x45 Alvaro Caponi, Rosso amore, rosso sangue (2016), tecnica mista su cartone applicato su legno, cm 56x46
Andy Warhol (after), Amor with 55 hearts, litografia a colori, numerata a matita (ed. 1000 es.), cm 36x43 Angela Policastro, La solitudine (2015), tecnica mista su tela, cm 70x80 Anne Gérard-Bendelé, Le mariage de la carpe et du lapin (2015), inchiostro e acrilico su carta, cm 44x56
Antonio Pamato, La pace e l'amore (2014), acrilico su tela, cm 66x80 Barbara Palka-Winek, Little Screen (2014), olio su tela, cm 73x91,5 Carmelo Compare, Il cappotto rosso (Auschwitz) (2015), cartapesta, smalto e acrilico su tela, cm 95x100
Carolina Ferrara, Pohesya (2013), olio su cartone, cm 50x40 Catherine Perehudoff Fowler, Evening Drama (2008), acrilico su tela, cm 25,5x20 Catherine Perehudoff Fowler, Red Sky, Red Lake (2008), acrilico su tela, cm 30x23
Cindy Lopez, Bond (2016), tessuto, cm 11x94 Elvio Ricca, Les germes du souvenir. I semi della memoria (2015), olio su tela, cm 40x40 Gudrun Adrion, Ever Tried To Walk Thru Life on Your Feet (2011), cavalli e camion di legno, corda, acrilici, vernice e cera su tela, cm 80x80
Gudrun Adrion, Hitten (2011), bambola, cavallo a dondolo di legno, corda, acrilici, vernice e cera su tela, cm 60x80 Gudrun Adrion, Why (2007), bambole, penne, articoli di giornale e cera su tela, cm 50x100 Irina Avramenko, Metamorfosi (2015), tecnica mista su juta, cm 60x50 a
Irina Avramenko, Metamorfosi (2015), tecnica mista su juta, cm 60x50 b Lyndel Thomas, Amore rosso (2016), olio su tela, cm 50,8x40,64 Maciej Winek, Still Life (2014), acrilico su tela, cm 80x80
Marina Iorio, Goodbye Forever (2015), multibeam su alluminio, cm 80x43 Marina Iorio, Murdered (2015), multibeam su alluminio, cm 67x80 Marta Valls, Viento fugitivo (2009), tecnica mista su forex, cm 45x70
Pietro Cernigliaro, Il bacio (2015), olio su tela, cm 45x60 Roberta Barbieri, L'irriverenza (2014), tecnica mista su legno, cm 44x44 Sergio Boldrin, La passione del giullare (2013), olio su tela, cm 60x70
Vladimer Asatiani, Nereid (2013), olio su tela, cm 54x54
Inaugurazione
























***
Adelinda Allegretti: storico dell'Arte, giornalista, curator di eventi espositivi - CREDITS