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  Museo del Novecento, Milano
  4 marzo 2012
Partenza h 10 da Torino, c.so Galileo Ferraris (davanti GAM). Rientro in serata. 8 posti disponibili. La collezione della Galleria d'Arte Moderna di Milano ebbe origine dalle cospicue donazioni di cittadini benemeriti che destinarono ai Musei Civici le proprie raccolte artistiche. Nel 1903 la Galleria d'Arte Moderna fu istituita quale luogo destinato ad accogliere le ormai ricche raccolte d'arte contemporanea. La prima sede di questa collezione fu la Sala della Balla al Castello Sforzesco e solo nel 1921 la raccolta fu trasferita presso la Villa Reale di via Palestro, ceduta al Comune dalla casa regnante l'anno precedente. Nel 1954 fu inaugurato il Padiglione d'Arte Contemporanea, progettato da Ignazio Gardella. La struttura, pur pregevole e all'avanguardia, si dimostrò ben presto più adatta ad ospitare mostre temporanee che non il museo d'arte contemporanea fino ad allora tanto ambito. Solo con il progetto del futuro CIMAC (Civico Museo d'Arte Contemporanea) voluto dalla direttrice Mercedes Garberi, si inziò a pensare ad una sede specifica per le collezioni. Il CIMAC fu infatti aperto in una sede provvisoria al secondo piano di Palazzo Reale nel 1984. Nel 1998 venne chiuso a causa dei lavori per il restauro del palazzo.


  I tesori del Principe. Rubens, Brueghel, Rembrandt, Cranach, Canaletto, Hayez. Capolavori delle Collezioni del Principe del Liechtenstein - Aosta, Forte di Bard
  24 marzo 2012
Partenza h 10 da Torino, c.so Galileo Ferraris (davanti GAM). Rientro in serata. 12 posti disponibili. Curata da Johann Kräftner, Direttore delle Collezioni del Principe del Liechtenstein e da Gabriele Accornero, Amministratore Delegato del Forte di Bard, la mostra porta in Italia una selezione di opere della più importante collezione d’arte privata esistente al mondo. I principi del Liechtenstein, una delle più antiche famiglie nobili austriache, sono collezionisti da cinque secoli con particolare attenzione per l’epoca barocca, il Classicismo e l’800. Sono 80 le opere esposte, alcune di dimensioni monumentali: 75 oli, 3 sculture, 1 cabinet di pietre dure ed un arazzo, in un percorso che attraversa sette sale negli spazi espositivi delle Cannoniere. L’esposizione presenta una straordinaria selezione di capolavori assoluti della storia dell’arte realizzati tra il 1500 e la seconda metà del XIX secolo con maestri di prima grandezza: da Rembrandt ad Hayez, da Canaletto a Giambologna, da Cranach a Brueghel... Il percorso espositivo: si articola per correnti stilistiche, mentre all’interno delle sale la presentazione è esposta per autore. Un pannello di sala introduce la scuola e gli autori proposti mentre le didascalie sono arricchite da una breve descrizione trilingue delle opere. · Sala 1. Rubens · Sala 2. I Fiamminghi (Van Dick, Jan Brueghel Il Vecchio, Jan Brueghel Il Giovane, Hals, Jordaens, Balen, Van Loon) · Sala 3. Cranach e gli Olandesi (Huysum, Kick, Berckheyde, Heem, Cranach il Vecchio, Rembrandt, Van Huysum...) · Sale 4 e 5. Gli Italiani (Berrettini, Pasinelli, Procaccini, Cantarini, Pietro da Cortona, Reni, Giambologna, Franceschini, Bellucci, Soldani-Benzi, Allori, Moroni, Maggiotto, Solimena, Hayez, Marinari) · Sala 6. Vedutismo (Canaletto, Vernet, Ender, Pannini, Locatelli, Ghisolfi, Hubert, Rebell, Waldmuller) · Sala 7. Classicismo e Biedermeier viennese (Amerling, Makart, Schadow, Hayez, Angelica Kauffmann, Hackert...)


  Van Gogh e il viaggio di Gauguin - Genova, Palazzo Ducale
  1 aprile 2012
Partenza h 9,30 da Torino, c.so Galileo Ferraris (davanti GAM). Rientro in serata. 15 posti disponibili. E' una mostra destinata a fare epoca, non fosse altro che per la sequenza mozzafiato di capolavori esposti. Tutto intorno al tema del viaggio: viaggio come esplorazione geografica, viaggio negli spazi e nelle culture ma anche, e quasi soprattutto, viaggio dentro di sé. Tale viaggio trova il centro ideale, così come effettivamente starà al centro del percorso espositivo, nell’opera simbolo degli interrogativi di una vita d’artista, quel “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” che Gauguin volle come suo testamento nel 1897, avendo deciso di fuggire da ciò che ormai gli pareva insopportabile, ricorrendo all’arsenico, secondo tentativo di suicidio che poi fallì. Quest’opera, maestosa e sublime, quattro metri di lunghezza per uno e mezzo di altezza, in Italia non si è mai vista, e in Europa una sola volta, a Parigi una decina di anni fa. Il Museum of Fine Arts di Boston, che l’ha eletta a suo simbolo e dove è custodita, fa un’autentica eccezione, concedendola solo per la quarta volta in un secolo. Prestito davvero epocale. Tanto per dire, è stata rifiutata anche alla più grande mostra mai realizzata su Gauguin e coprodotta dalla Tate di Londra e dalla National Gallery di Washington, dove è ancora in corso. Anche per ammirare solo questo capolavoro sommo, varrebbe la pena di fare il viaggio a Genova. Con Gauguin il titolo cita, non a caso, Vincent van Gogh. Di lui a Genova, grazie ai prestiti eccezionali del Van Gogh Museum di Amsterdam e del Kröller-Müller Museum di Otterlo, troveremo ben 40 opere (di cui 15 disegni), nessuna casuale, tutte “a tesi”. A raccontare di una vita che è un viaggio nel colore e nell’abisso, verso la luce del Sud e nel buio del proprio male di vivere. Viaggio che conduce e viaggio che sigilla, testimoniato dal celeberrimo Autoritratto al cavalletto dipinto nel 1888, strepitoso prestito del Van Gogh Museum o nei voli neri sopra le messi gialle del Campo di grano con corvi dipinto ad Auvers appena tre settimane prima della morte, opera questa che manca alla visione diretta del pubblico addirittura da quarant’anni. Poi il Seminatore, in mostra nella sua versione più famosa e citata, dipinta ad Arles, simbolo di una speranza in future, migliori germinazioni, accanto alle Scarpe cui l’artista dedica un omaggio tenero e forte, simbolo quant’altri mai della terrena quotidianità del camminare. E tutto intorno altri viaggi, in e da due continenti: America ed Europa. Quella americana è pittura che esprime l’esplorazione di territori sconosciuti, enunciazione di uno spazio che si identifica con una nazione nuova. Due pittori soltanto a rappresentare, nel XIX secolo, questo anelito, questo pathos, questa forza primordiale che autorizza il viaggio verso l’ignoto di un luogo che si desidera incontrare e quasi abbracciare. Se questo abbraccio non fosse quasi esagerato per la sua dimensione. Edwin Church, il pittore dell’Est, della valle del Hudson, della costa del Maine, e poi Albert Bierstadt, il pittore dell’Ovest, della scoperta di Yellowstone e di Yosemite. E con un salto di qualche anno, il viaggio sulle rive dell’Oceano Atlantico, e precisamente a Prout’s Neck lungo la stessa costa del Maine, di Winslow Homer. A cavallo dei due secoli, Homer conclude il suo viaggio nella solitudine di acque tempestose, nel buio di un gorgo che si specchia contro la nera nuvolaglia del cielo. Quella costa del Maine che anche uno straordinario pittore come Andrew Wyeth racconterà per tutta la seconda metà del XX secolo raccogliendo la tradizione figurativa oltre che di Homer anche di Edward Hopper, colui che ha saputo isolare il senso del viaggio nella provincia americana all’interno di una muta sillaba, di un impressionante silenzio. Che ha saputo altresì isolare il senso del viaggio interiore in alcune sue celeberrime figure pensose e mute. Da certe anse di buio e notte di Hopper, la mostra ripartirà per indicare le superfici quasi monocrome di Mark Rothko, per uno dei viaggi nell’interiorità più straordinari che la storia della pittura ricordi. Viaggio che sente le profondità del territorio e delle acque e tutto trasforma in lividi accenni d’onda. Ma che vivrà anche nell’esaltante confronto, fianco a fianco sulla parete, tra i neri e le terre di Rothko stesso e le marine quasi identiche di Turner un secolo e mezzo prima. E poi mareggiate che Richard Diebenkorn rovescia nei suoi fulminanti Ocean Parks, guardando da una finestra alta sul Pacifico il trafficato scorrere dei fili dell’elettricità. E se qui si chiuderà la sezione americana, quella dedicata alla pittura europea partirà dal viaggio della mente davanti all’infinito di Caspar David Friedrich, una piccola barca che va nella nebbia. Mentre William Turner si confonde – materia nella materia, colore nel colore, cenere nella cenere, acqua nell’acqua, fuoco nel fuoco, pittura nella pittura – nel gorgo di un viaggio che sposa la potenza degli elementi. Il viaggio di Paul Gauguin sarà agli antipodi, e il grande quadro lo rappresenterà tutto, isolato nella penombra di una vasta sala dove avrà tutta l'attenzione, sola luce, concentrata su di sé, mentre immagini proiettate sulle pareti, e musiche, diranno di quel sentimento pieno e caldo, nostalgico e forte. Poi il viaggio di Claude Monet sarà nel recinto protetto del giardino di Giverny, nella fioritura delle ninfee come ghirlande. Il viaggio di Monet è dentro la luce che tocca l’occhio e rivela i colori, ne autorizza la dissolvenza. Poi ancora il viaggio mentale di Wassily Kandinsky, quel viaggio che ha a che fare quotidianamente con la visione accidentata, talvolta persino malata, che si costruisce nella forma che genera sogni e incanti, tremori e memorie. Viaggio che è cosa prettamente legata alla cultura europea della prima metà del XX secolo. E che a metà di quel secolo, in una sorta di epico, e anche tragico, parallelo con Rothko, vede sulla scena il percorso straziato di Nicolas de Staël, dai muri calcinati di Agrigento, alle figure davanti al mare fino agli strapiombi di Antibes, alti sul cielo violato dai gabbiani. Per giungere alle nature morte conclusive di Giorgio Morandi, quelle in cui il viaggio dentro la stanza di via Fondazza a Bologna è polvere e cenere, sosta dentro il vuoto e l’assoluto. Ma nel mezzo, monumentale e tragico, accidentato e splendente, van Gogh continua a giganteggiare, con i suoi campi di grano sorvolati dai corvi o con le fioriture gentili nei parchi. Van Gogh che è il cuore e l’anima di questa mostra straordinaria, che per questo ne allinea tanti e motivati dipinti. E poi l’epocale prestito del “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” di Gauguin. E accanto ad essi tanti altri capolavori da Hopper a Kandinsky.


  Tiziano e la nascita del paesaggio moderno - Milano, Palazzo Reale
  15 aprile 2012
Partenza h 10 da Torino, c.so Galileo Ferraris (davanti GAM). Rientro in serata. 15 posti disponibili. Il percorso in Palazzo Reale raccoglie cinquanta opere alla scoperta della nascita del paesaggio moderno nella pittura del Cinquecento, ordinando nelle sue sale un selezionatissimo gruppo di straordinari dipinti dei grandi maestri. Il Cinquecento è stato, nella pittura veneta, il secolo di Tiziano. A partire dalla lezione di Bellini e Giorgione, Tiziano ha avuto il merito di elaborare una nuova idea dell’ambiente naturale che, evolvendosi attraverso varie fasi e significati, lo portò a definire nella lingua italiana il termine stesso di “paesaggio” nella sua accezione moderna. La parola “paesaggio” compare infatti per la prima volta nel 1552, in una celebre lettera dello stesso Tiziano all’imperatore Filippo II, dando prova della consapevolezza di una novità piena e clamorosa. Ciò che si verificò in quegli anni, fu una vera rivoluzione poetica: dalla enunciazione di “paese”, talvolta espresso come “sfondo” non invasivo della raffigurazione, talvolta come racconto di spaccati di vita contadina in una natura ospitale, si passò ad una diversa dichiarazione e quindi ad una differente valenza. Il paesaggio si trasforma, perde attinenza con la realtà, si idealizza, diventa espressione, colore, poesia. Panorami inventati, fenomeni atmosferici impetuosi, vegetazioni spesso improbabili, tramonti fiammeggianti, notturni siderali, accompagnano le scene, finalmente, nel ruolo dell’attore e non della comparsa. Questa è l’invenzione, la moderna poetica del paesaggio. Per costruire un percorso espositivo capace di far vivere questa svolta, Mauro Lucco ha selezionato cinquanta capolavori, provenienti da alcuni dei maggiori musei americani - come il Museum of Fine Arts di Houston, l’Institute of Arts di di Minneapolis, l’Art Museum of Princeton University - ed europei - come la National Gallery di Londra, la Gemaldegalerie Alte Meister di Dresda, il Szepmuveszéti Muzeum di Budapest, le Gallerie dell’Accademia di Venezia, gli Uffizi di Firenze, complessivamente 37 diversi prestatori da tutto il mondo. La mostra è aperta da due capolavori - la Crocifissione nel paesaggio di Giovanni Bellini e La prova del fuoco di Giorgione - che accompagnano un celebre dipinto giovanile di Tiziano, La sacra conversazione. Seguendo il modificarsi della funzione del paesaggio, il percorso si sviluppa poi attraverso le sale, dove le opere di Palma il Vecchio, Cima da Conegliano, Veronese, Bassano - fino alla chiusura con lo straordinario Narciso di Tintoretto - sono accostate ad altri dipinti di Tiziano, chiaramente interpreti di questa novità, come Orfeo ed Euridice, La nascita di Adone, Tobiolo e l'angelo, L’adorazione dei pastori. In quegli anni, fra la fine del '400 ed il primo '500, Jacopo Sannazzaro componeva e pubblicava l’Arcadia - uno dei capolavori della letteratura italiana, la cui prima edizione del 1504 sarà esposta in Palazzo Reale - dove la natura, le mutazioni atmosferiche, i lavori della campagna, la pastorizia disegnano un mondo di felice semplicità. Un nuovo sentimento della natura, fatto anche di tramonti infuocati, tempeste, greggi al pascolo, accompagna le reali trasformazioni del paesaggio. A questo si deve aggiungere l’arrivo a Venezia, nei primi anni del secolo, di artisti e di opere del Nord Europa che aprono nuove dimensioni e possibilità espressive: l’ambiente “patetico”, dove le luci dell’alba o del tramonto conferiscono alla scena una forte carica sentimentale; l’ambiente “deserto” in cui si trova una natura selvaggia e mai domata dalla mano dell’uomo; l’ambiente “vero” che delinea un ritratto generico di luogo, anche focalizzando l’attenzione su dettagli, quali un gruppo di alberi, una roccia, uno specchio d’acqua, come espresso nel capolavoro di Brueghel, proveniente dall’Ambrosiana di Milano. Gli inserti paesistici nei dipinti sono anche fortemente indicativi dei concetti mutevoli che, negli stessi anni, si hanno dell’ambiente naturale: dall’armonica fusione di selvaggio e addomesticato, di città e campagna, al passaggio ad un mondo un po’ ostile, all’emergere sempre più forte delle costruzioni rurali o rustiche come soggetti degni di essere rappresentati, e dunque della sempre più acuta consapevolezza delle disparità sociali e della miseria che circonda la società più fortunata. Campione di tale idea e stupendo cantore delle cose umili è Jacopo Bassano. A partire dagli anni Venti, Domenico Campagnola inizia a produrre, per i suoi collezionisti, disegni in cui ritrae una natura di fantasia, priva di presenze umane; Paolo Veronese si dedica al paesaggio “manieristico” fatto di pochi elementi asserviti alla figura, mentre Lambert Sustris al contrasto tra un mondo cresciuto senza regole che non siano quelle della natura stessa, ed i giardini progettati dall’uomo. Di un ambiente ‘selvaticamente germinante’, di una vitalità infinitamente superiore a quella umana, si fa interprete l’ultimo Tiziano, in cui la materia ed il mondo stesso fermentano. Si tratta, tuttavia, degli ultimi lampi di una natura che nel frattempo sembra uscita dall’orizzonte artistico, soppiantata da un più forte uso delle luci. Il ciclo inaugurato da Giovanni Bellini e Giorgione e sviluppato in modo particolare da Tiziano può dirsi completamente concluso, lasciando la splendida eredità dell’invenzione del paesaggio.


  Da Vermeer a Kandinsky - Rimini, Castel Sismondo
  27 maggio 2012
Partenza h 7 da Torino, c.so Galileo Ferraris (davanti GAM). Rientro in serata. 11 posti disponibili. La mostra proposta a Castel Sismondo per volontà della Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini, è un'imperdibile carrellata di autentici capolavori e, insieme, l’omaggio che grandi istituzioni museali europee e nord americane, tra le principali al mondo, hanno voluto fare a Marco Goldin per i 15 anni di attività della sua Linea d’ombra. Di ognuna delle principali nazioni che hanno dato lustro alla storia dell’arte, è stato scelto il secolo, o i secoli, di maggior gloria, ed all’interno di quel secolo, specialmente per l’Italia, la realtà “regionale” maggiormente rappresentativa. In questo modo si ottiene una visione ampia e globale delle principali personalità che hanno indelebilmente segnato il corso della storia dell’arte degli ultimi cinque secoli, sia in Europa che in America. Ma vediamo, in estrema sintesi, ciò che propone questa magica mostra. Essa apre con una densa sezione dedicata alla pittura veneta del Cinquecento ovvero ad uno dei periodi tra i più fecondi dell’arte italiana. Vi sono presentati capolavori di Tiziano, Veronese, Lotto, Tintoretto, ma anche di Savoldo e di altri maestri del territorio della Serenissima che, in questo secolo, si allargava alla Lombardia orientale, con Brescia e Bergamo. La successiva sezione ci introduce alla “Pittura in Italia nel Seicento”, con opere che documentano il classicismo di Annibale Carracci e le declinazioni personali di Guercino, Mattia Preti, Guido Reni, Luca Giordano, Del Cairo e molti altri. Per tornare al fascino di Venezia, stavolta nel Settecento, con il Tiepolo, Guardi e i grandi vedutisti, Canaletto e Bellotto. Dall’Italia alla Spagna con una ampia, spettacolare sezione dedicata a “El siglo de Oro”, ovvero alla grande arte iberica del Seicento, con Velázquez, Murillo, El Greco, Ribera, Zurbarán. Dal secolo d’Oro spagnolo a quello, non meno prezioso, d’Olanda. Con la sezione dedicata a “La Golden Age in Olanda”. Qui le atmosfere del tutto particolari della pittura neerlandese sono proposte dal capolavoro Cristo in casa di Maria e Marta di Vermeer, prestito davvero straordinario e imperdibile. Non meno che dalle opere di Van Dick, Ter Brugghen e Van Honthorst. Paesaggi, atmosfere e ritratti ci accompagnano nella sezione dedicata a “La pittura in Inghilterra tra Settecento ed Ottocento”, firmati da Hogarth, Turner, Constable, Reynolds, Gainsborough, Wright of Derby. Non poteva naturalmente mancare una sezione, ampia, riservata a “L’età dell’Impressionismo”. E’ questo un ambito su cui Goldin ha focalizzato per anni la sua attenzione, porgendo al pubblico italiano opere spesso mai arrivate in Italia. Per Rimini ha scelto una attenta rappresentazione di tutti i protagonisti, da Van Gogh a Manet, da Millet a Courbet, da Monet a Degas, da Renoir a Sisley e Pissarro. Infine il gran finale con la “Pittura del XX secolo in Europa” (parallelo all’indagine sulla pittura del Novecento in America proposta nella mostra di San Marino). Matisse, Picasso, Mondrian, Bacon con uno strepitoso trittico, De Staël, Morandi e naturalmente Kandinsky sono gli autori proposti. Settanta opere, un meraviglioso percorso d’arte e di bellezza per festeggiare a Rimini l’avventura oggettivamente gloriosa di Linea d’ombra.


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Adelinda Allegretti: storico dell'Arte, giornalista, curator di eventi espositivi - CREDITS