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 Con i fiordi negli occhi. Omaggio all'Urlo di Munch
 Mostra collettiva internazionale a tema

  Mu.MA Galata Museo del Mare, Genova
  16 marzo - 12 aprile 2014
Artisti selezionati: Katrin Alvarez (D), Rossana Bartolozzi (I), Trudy Bersma (NL), Sergio Boldrin (I), Agnese Cabano (I), Enrico Carniani (I), Christine Cézanne-Thauss (A), Teresa Condito (I), Hélène Cortese (I), Abraham Dayan (F), Tommaso De Paola (I), Regina Di Attanasio (I), Susana Diaz Rivera (MEX), Kat Elagina (RUS), gaudiofasto (I), Alessio Gessati (I), Stefan Havadi-Nagy (D), Anneke Hodel-Onstein (A), Isaac Leventer (USA), Cindy Lopez (USA), Cristina Mantisi (I), Roberta Moresco (I), Gaby Muhr (A), Antoinette Pallesi (F), Amedeo Pedaletti (I), Siegfried Pichler (D), Andrea Pierus (A), Yajaira M. Pirela (VE/I), Sylvie Poinsot (F), Mariella Relini (I), Rusp@ (I), Daniele Sasson (I), Josefina Temín (MEX), Francesca Uccello (I)

Ad un anno di distanza dalla mostra “La Grande Onda. Omaggio ad Hokusai”, tornare al Galata Museo del Mare con un nuovo appuntamento espositivo è per me un ulteriore grande traguardo ed al contempo una sfida imperdibile. Ancora un confronto con un’opera che ha lasciato il segno nella storia dell’arte di tutti i tempi, “L’urlo” di Edvard Munch, di cui ricordo un articolo pubblicato molti anni fa da “Il Giornale dell’Arte” che la incoronava come la più famosa al mondo, addirittura più della Gioconda. Immagino, quindi, che anche per un artista confrontarsi con un tale capolavoro sia una sfida unica, terrificante e galvanizzante al tempo stesso. Ciò che vedremo in questa mostra è il frutto di una complessa selezione tra le moltissime proposte/rielaborazioni giunte da artisti operanti nei diversi linguaggi visivi e provenienti da diversi Paesi europei, e non solo. Ho suggerito loro di prendere le mosse dalla nota descrizione che Munch fece dell’opera in questione nel suo diario:
«Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all'improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad una palizzata. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c'erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura... e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.»
Al silenzioso urlo della Natura corrisponde quindi un altrettanto drammatico, intimo e profondo urlo umano. La mostra si apre con la citazione più classica del capolavoro munchiano, Mamma Oslo (2014) di Alessio Gessati. Una citazione nella citazione. Il volto di Anna Magnani, stravolto e deformato nel famoso fermo immagine di “Mamma Roma” (1962) di Pier Paolo Pasolini prende il posto dell’originale, quasi scheletrico e consunto, mentre l’urlo da silente diventa graffiante. Lo sfondo rimane pressoché inalterato, con il cielo ancora tinto di rosso sangue e le incombenti lingue di fuoco sulla città.
Anche Io nel vortice dell’urlo (2013) di Mariella Relini si offre come un altro evidente d’àpres: perso ormai ogni riferimento alla città di Oslo o a qualsivoglia altro luogo riconoscibile, il personaggio, in realtà un autoritratto asessuato dell’artista, rimane imbrigliato nel suo stesso urlo che sembra risucchiarlo in un profondo buco nero.
Tommaso De Paola, invece, in Solitudine (2014), sviluppa l’originale in chiave speculare. La diagonale della palizzata taglia in due la composizione da sinistra verso destra, mentre l’uomo senza volto passa in primo piano rispetto al protagonista urlante. È l’idea dell’incomunicabilità, e quindi della perdita dell’attitudine “sociale” dell’uomo, a prendere il sopravvento. Pur immerso nella città e tra i suoi simili, entrambi i personaggi sembrano dei fantasmi, l’uno passa completamente inosservato all’altro.
Moon(k) (2014) di Kat Elagina mostra una creatura che potrebbe apparire tanto impaurita quanto inquietante, le mani trasformate in artigli aggrappati al parapetto. Inoltre l’autrice gioca sul valore omofono tra la luna (Moon in inglese, appunto) ed il nome dell’artista norvegese. Svanito ogni accenno all’urlo, soltanto il pipistrello e la luna incombente sembrano forieri di lugubri presagi.
La tela di Agnese Cabano, Omaggio a Munch (2014), sviluppa l’idea iniziale del grande urlo che pervade la Natura, tanto che l’essere umano ne viene bandito e sostituito da un albero, anch’esso completamente in balia di un moto invisibile che ne fa fluttuare rami e tronco, sebbene con una pennellata tutt’altro che drammatica e spezzata, ma delicatamente fluida.
L’urlo terrificante torna protagonista in Omaggio a Munch (2014) di Sergio Boldrin. Interamente eseguito in cartapesta, il volto nella sua tridimensionalità sembra aggredire lo spazio e fagocitare lo spettatore, mentre il binomio cromatico rosso-nero non fa che accentuare il senso di inquietudine e dramma. Nonostante le innegabili dissimilitudini per tecnica e cromia, e soprattutto la mancanza di riferimenti figurativi oggettuali che fanno dell’opera di Teresa Condito una creazione completamente “altra”, mi piace attribuire a Lo sgomento (2011) una simile chiave di lettura. Quella sorta di buco nero acquista ai miei occhi lo stesso valore di una bocca spalancata, sebbene ancora più inquietante: un urlo afono, sordo, tremendo perché non può sfogare verso l’esterno, ma che piuttosto rimane imploso, intrappolato all’interno dell’animo umano.
L’impossibilità di urlare torna nella seconda opera in mostra di Kat Elagina, Not Munk. Scream (2014). Stessa diagonale speculare dell’originale munchiano a conferire un accenno di profondità spaziale e medesime “lingue di fuoco” che incombono, stavolta però su un volto diafano, demoniaco, dalle labbra cucite, come a sottolineare che l’impossibilità di comunicare con l’esterno porta l’uomo a concentrarsi sempre più sulle sue fobie, sul suo lato oscuro, su quanto di più terribile ed impronunciabile si nasconde nel suo più profondo Sé.
Ancora un urlo inudito, terrifico, è quello messo in scena da Daniele Sasson in Urlo 6 (2010). Ottenuto fotocopiando un corpo femminile – l’opera in realtà è parte di un ben più ampio progetto di ricerca digitale, datato 1987 – ne deriva l’idea di una persona che lotta per fuoriuscire da un luogo buio, claustrofobico. Mi viene in mente “Sepolto vivo (Grave danger)” (2005) di Quentin Tarantino, con la bara in plexiglass che mostra la vittima lottare per la sopravvivenza, con la differenza che, lieto fine a parte del film, in tal caso la morte fisica sarebbe forse “più tollerabile” di un ben più lento, irrimediabile, male interiore che sembra essere diventato il leit-motiv esistenziale dell’uomo moderno.
Io che vedo in nulla (2012) di gaudiofasto testimonia anch’esso un profondo malessere interiore, sebbene diversamente espresso. Il volto rimane impassibile, la bocca è sigillata, ma ciò che viene represso verbalmente trova comunque sfogo ad un livello ancora più sottile. Cambia il modo di esprimere l’urlo interiore, ma la sostanza, data dalla solitudine, l’incomunicabilità, il non contatto con l’esterno rimangono invariati ed equivalenti. È la chiave di lettura che attribuisco anche a Locked in (2004) di Katrin Alvarez. Quell’impossibilità di comunicare, che prende forma in un blocco di metallo avvitato sulla bocca, sta letteralmente spaccando in due il busto della donna e sciogliendone la capigliatura. Indurire e squagliare, due condizioni opposte che esprimono perfettamente il senso di inutilità dello sforzo compiuto dalla donna. Può spaccarsi in due e sudare, ma non riuscirà mai a strappare via quel blocco di ferro. La seconda opera di Alvarez selezionata per questa mostra, Pain (2013), mostra ancora una donna dal busto spaccato in due. Mani meccanico-sintetiche, robotizzate, la afferrano tirandola per le braccia, mentre elementi estranei iniettano o estraggono, dipende dal punto di vista, liquidi estranei o propri. L’urlo di dolore, cui fa riferimento il titolo, si mescola all’urlo di colei che riconosce come totalmente estranea ed estraniante la realtà che la circonda.
In Desperation (2010) di Christine Cézanne-Thauss, la figura – presumibilmente maschile – come nell’originale munchiano afferra la testa; si mette letteralmente le mani nei capelli. La cromia stridente, con quel verde acido, peraltro solcato da striature rosso sangue, come ferite che colano sulla tela, non fa che sottolineare il distacco tra la realtà personale, sentita con così tanta disperazione, e quella esterna, innaturale. Le membra sono cerulee, grigie, e solo la bocca è sottolineata da una linea rossa, spalancata nel lasciar uscire l’ennesimo urlo esistenziale.
After the war (1984) di Isaac Leventer, invece, come Guernica (1937) è figlia della guerra. Il bidimensionalismo dell’opera, giocata sulla campitura larga e la pressoché totale assenza di sfumature, contribuisce ad esasperarne l’espressionismo. Bianco e nero, bene e male, non c’è spazio per le sfumature. D’altro canto la bocca spalancata sulla voragine nera non ammette altre chiavi di lettura: la guerra è un pozzo nero che tutto fagocita e distrugge.
Ancora un urlo, che stavolta prende alla lettera l’idea originale di Munch: quello della Natura. Libertà perduta (2014) di Cristina Mantisi affronta il tema da un’altra prospettiva; stavolta è l’uomo che provoca la feroce reazione del leopardo, che a modo suo, spalancando le fauci, emette un urlo che racchiude al tempo stesso paura, rabbia e promessa di vendetta verso il genere umano che ne usurpa continuamente gli spazi relegandolo sempre più a bellezza da salotto o da circo.
Opera di straordinaria forza è Ansia (2009) di Josefina Temín. Realizzata recuperando della corteccia di eucalipto, la scultura non solo mantiene una forma organica, vitale, ma rende perfettamente l’idea della Natura, offesa ed offensiva a sua volta. Al primo sguardo le immagini dell’antro di una caverna, della bocca spalancata di un’orca o di una balena, e della Dionaea muscipula, forse la pianta carnivora che più cattura l’immaginario collettivo, si sono susseguite rapidamente una dietro l’altra nella mia mente. È assolutamente straordinario come della semplice corteccia, se lavorata dalla maestria e la sensibilità dell’artista, possa trasmutarsi “in altro”, così carico di pathos e di rinnovato significato.
Ancora un altro modo di interpretare il capolavoro munchiano è dato dalla scultura di Andrea Pierus, Cry baby boy (2013). Nonostante la solarità del giallo e l’allegria cromatico-floreale che qua e là imprime apparente leggerezza al soggetto, la ceramica è espressione di quel male di vivere che ormai abbiamo imparato a riconoscere. Una testa piccola, minuscola se paragonata al resto del corpo, con la sua altrettanto piccola bocca spalancata, un torso a dir poco scheletrico ed una seconda bocca – posizionata sul plesso solare? – che date le dimensioni sembra emettere un urlo ancora più minaccioso ed angosciante della prima. L’anello al collo, tutt’altro che un’elegante gorgiera, aumenta il senso di oppressione dell’opera. Lo stesso che ritroviamo nei lavori di Siegfried Pichler. Sia in Akt rot (2014) che in Seil (2013) non si fa più riferimento all’urlo inteso come suono, più o meno sordo ed udibile, ma comunque emesso dall’interno verso l’esterno. Qui l’urlo si trasforma in prologo o in antefatto. Il filo spinato arrugginito che avvolge le carni nude è un vero e proprio strumento di tortura; l’immaginazione corre verso un urlo di dolore lancinante e terrifico, che tra un istante la donna emetterà. Diversamente la corda e le lancette dell’orologio che segnano pochi minuti a mezzogiorno o alla mezzanotte, probabile ora X per quel qualcuno che è il protagonista non visto dell’opera, si fanno portavoce di un urlo sommesso, tutto interiore, ma di certo non meno drammatico. Anche nella terza opera in mostra di Kat Elagina torna l’idea del grido sommesso. The unheard cry (2014), munchiana nella folta e bellissima capigliatura rosso fuoco che ricorda molto da vicino Vampire (1895), mostra una giovane donna di primo acchito ritratta nell’atteggiamento di relax sulla sabbia, ma in realtà circondata da grattacieli. È la grande città che mette a nudo l’animo umano, spogliandolo di ogni orpello e mostrandone tutta la solitudine possibile?
Prima di arrivare al giro di boa della mostra, dove il dramma lentamente si stempera giungendo persino a strappare al visitatore qualche sorriso, va citata l’opera di Sylvie Poinsot, Sans titre (2011). Un volto che sembra liquefarsi sotto il peso dell’esistenza, la bocca trasformata in una smorfia. Solo gli occhi mantengono una fredda lucidità. È il ritratto della consapevolezza della drammaticità della vita umana.
La geometrizzazione che contraddistingue la ricerca di Abraham Dayan tende finalmente a stemperare il senso di oppressione sin qui analizzato, dando al dramma una forma più razionale. Man crying (2013) mostra la genuflessione ed il pianto composto di un uomo – forse un religioso? – mentre il coevo The scream focalizza l’attenzione su un volto tanto rigido e fissato su un collo così sottile e tubolare che anche il suono che ne esce acquista una consistenza solida, tagliando diagonalmente in due la superficie pittorica.
Antoinette Pallesi nella prima delle sue opere esposte ed entrambe datate 2014, Mai più (Plus jamais), coniuga la drammaticità munchiana con la leggerezza e l’ingenuità di un segno più infantile che naïf. Ha la freschezza di Chagall, come ricordano i due animali che sembrano peraltro usciti da bestiari medievali, tanto incerta è la loro definizione, sebbene l’idea di pericolo e di insidia siano molto forti ed evidenti. Lo stesso accade in Stufo (Je m’étouffe), in cui il senso del colore pasticciato, primordiale, si carica di pesanti presagi nella silhouette del serpente in primo piano. Se parliamo di presagio e dramma imminente anche l’opera di Regina Di Attanasio, Mare nero (2012), ha qui la sua giusta collocazione. Legata più a quel già citato urlo della Natura, primaria fonte di ispirazione munchiana, la massa scura, pesante ed incombente travolgerà di lì a poco tutto ciò che ci separa da essa, noi compresi. Anche Acqua (2014) di Rossana Bartolozzi riflette l’idea dell’onda gigantesca che tutto inghiotte, sebbene con una cromia che lascia un filo di speranza, ricordando che la Natura di per sé non è ostile tout-court.
Dall’esterno l’attenzione si risposta verso l’interno con Yajaira M. Pirela. Sguardo interiore (2013) mette in scena un groviglio di segni, graffi, ferite che contraddistinguono l’antefatto (o il prologo) di quell’urlo munchiano. È la parte più nascosta e profonda, non solo invisibile ma certamente la più complicata da raggiungere e da guarire. Anche Bursting out (2012) di Anneke Hodel-Onstein accende la miccia su tale dramma interiore; la rappresentazione aniconica ben si presta alla complessa idea dell’implosione, che deflagra ed annienta tutto. Inoltre la tecnica del monotipo ben si confà al concetto di unicità che sottende all’animo umano.
Nei quattro scatti fotografici di Susana Diaz Rivera, tutti datati 2014, l’artista messicana affronta il tema dell’estraneità e della conseguente incomunicabilità con l’esterno. L’uomo che non è centrato perde quella stabilità interiore che costituisce il fulcro, il caposaldo della sua esistenza e questo genera l’incapacità di focalizzare non solo se stessi ed il proprio ruolo (ora, hic et nunc), ma si perdono di vista anche le radici (passato) e lo scopo da perseguire nella vita (futuro). Non stupiamoci allora se tutto appare sfocato, mosso e confuso. Mondo esterno ed interno non combaciano più. Lo slittamento è ormai troppo forte. Da qui l’assordante urlo esistenziale.
Ma quante volte questo senso di estraneità ci coglie, anche tra la folla? L’urlo sopra (2014) di Amedeo Pedaletti mostra il capolavoro munchiano ridotto ad un’icona del ‘900. È quanto affermato indirettamente all’inizio de nostro percorso, ovvero quanto esso sia conosciuto e noto a tutti, divenuto ormai persino più famoso della Gioconda. Potremmo fermarci qui. Ma c’è un altro aspetto insito nei diversi aquiloni che volteggiano nell’aria: una presenza incombente, che nonostante l’aspetto ludico, in realtà mette in evidenza come la nostra società sia schiacciata da un senso di isolamento ed incomunicabilità che, lasciatemi passare il gioco di parole, non volteggia più nell’aria, ma vi aleggia.
L’incomunicabilità ritorna nell’Autoritratto (2013) di Enrico Carniani. Il volto è “costruito” attraverso l’utilizzo di materiali rigidi e compatti, uniformi, che rendono a perfezione l’idea di chiusura verso il mondo esterno, ma al contempo anche dell’impossibilità di rivolgere lo sguardo verso l’interno. Un isolamento totale.
Lost dreams (2014) di Cindy Lopez, è una delle opere più liriche in mostra. Nonostante la frase che campeggia al centro della superficie e che rimanda ad un senso di rassegnazione per tutto ciò, sogni ed aspirazioni in primis, che non si è stati in grado di custodire o persino di raggiungere, l’opera spalanca una porta sui nostri desideri più profondi e sulla speranza di tornare ad avere altre occasioni per far sì, stavolta, di ottenere ciò che più ci sta a cuore. L’azzurro ci culla e ci invita a lasciarci andare. La speranza torna nell’opera di Gaby Muhr, Cry of hope (2014), in cui lo spazio abitato, grigio ed anonimo, completamente asettico, si apre verso un’ambientazione naturale, in cui si scorgono alberi, nuvole, uccelli. In una parola: vita. L’oppressione, quindi, lascia il posto ad uno spiraglio di positività. Si sta compiendo un lento, graduale passaggio dalla più cupa disperazione ad un più lieve senso di solitudine. In Indifferenza (2014) di Francesca Uccello l’uomo, rannicchiato nel suo nido, si copre il volto con le mani. Non vi sono urla di disperazione, solo la volontà di proteggersi dal mondo esterno, rifugiandosi in un antro della terra, benigna e pronta ad accoglierci nelle sue viscere. Roberta Moresco pone Peter il sognatore: una vita inquieta (2012) nella difficile condizione di dover superare un ostacolo più grande di lui. È il muro enorme a renderlo inquieto, ma ben presto scoprirà che anziché scavalcarlo può aggirarlo e chissà, forse il suo sogno diventerà realtà. Contortionism (2013), paesaggio che in realtà nulla ha a che vedere con quello norvegese ma che interpreta con originalità uno scorcio veneziano, esprime, sebbene con la leggerezza che sempre contraddistingue la ricerca di Rusp@, quel senso di perdita di stabilità e di equilibrio che coglie l’uomo moderno, ma è ben evidente che siamo lontani da ogni dramma esistenziale. Ancora, a dir poco solare è I fiordi. Omaggio ai colori di Munch (2014) di Hélène Cortese. Sparito l’urlo, rimane un idealizzato paesaggio norvegese, con colori che esprimono gioia, pur mantenendo quelle “lingue di fuoco” che però ormai non incupiscono più. Con Stefan Havadi-Nagy l’opera di Munch appare ormai completamente privata di ogni senso del drammatico. Al contrario, Car with tree Munch (2014) mostra un ironico Urlo portato a zonzo in auto, divenuto un tutt’uno con il tronco di un albero dall’ampia chioma, a ricordarci quanto la notorietà di questo dipinto abbia fatto letteralmente il giro del mondo, sebbene talvolta meglio noto per i gadgets che per il suo reale contenuto.
L’ultima tela in mostra, quella con cui mi piace chiudere questo lungo percorso, è The scream (2012) di Trudy Bersma: fiabesca, giocosa ed ironica come solo i bambini e pochi grandi artisti sanno concepire un’opera d’arte. Paul Klee a tal proposito scriveva: «I signori critici dicono spesso che i miei quadri assomigliano agli scarabocchi dei bambini. Potesse essere davvero così! I quadri che mio figlio Felix ha dipinto sono migliori dei miei.»

Adelinda Allegretti
Allegati
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Opere
Abraham Dayan, Man crying (2013), olio su tela, cm 65x81 Abraham Dayan, The scream (2013), olio su tela, cm 40x40 Agnese Cabano, Omaggio a Munch (2014), olio su tela di lino, cm 57x68
Alessio Gessati, Mamma Oslo (2014), tecnica mista su carta, cm 50x70 Amedeo Pedaletti, L'urlo sopra (2014), olio su tela, cm 80x60 Andrea Pierus, Cry baby boy (2013), ceramica, cm 11x8x45
Anneke Hodel-Onstein, Bursting out II (2012), monotipo, cm 30x30 (dittico) Anneke Hodel-Onstein, Bursting out I (2012), monotipo, cm 30x30 (dittico) Antoinette Pallesi, Mai più (Plus jamais) (2014), acrilico su tela, cm 65x81
Antoinette Pallesi, Stufo (Je m'étouffe) (2014), acrilico su tela, cm 46x65 Christine Cézanne-Thauss, Desperation (2010), acrilico su tela, cm 50x50 Cindy Lopez, Lost dreams (2014), acrilico su pannello Archival, cm 40,5x40,5
Cristina Mantisi, Libertà perduta (2014), digital art su tela, cm 54x50 Daniele Sasson, Urlo 6 (2010), stampa elettrografica su tela, cm 80x65 Enrico Carniani, Autoritratto (2013), acrilico, filo, feltro, sughero e cartone ondulato su tela, cm 50x50
Francesca Uccello, Indifferenza (2014), cartapesta e corteccia, cm 25x16x60 Gaby Muhr, Cry of hope (2014), acrilico su tela, cm 100x60 gaudiofasto, Io che vedo in nulla (2012), penna a sfera su cartoncino Shoeller, legno, cm 67x85x12
Hélène Cortese, I fiordi. Omaggio ai colori di Munch (2014), tempera su carta, cm 70x100 Isaac Leventer, After the war (1984), inchiostro su carta, cm 20x30,5 Josefina Temín, Ansia (2009), carta, corteccia di eucalipto, legno, cm 50x45x24
Katrin Alvarez, Locked in (2004), olio su tela, cm 52x52 Katrin Alvarez, Pain (2013), tecnica mista su cartone e schede elettroniche, cm 36x47 Kat Elagina, Moon(k) (2014), acrilico su tela, cm 90x60
Kat Elagina, Not Munk. Scream (2014), acrilico su tela, cm 50x80 Kat Elagina, The unheard cry (2014), acrilico su tela, cm 80x50 Mariella Relini, Io nel vortice dell'urlo (2013), tecnica mista su tela, cm 60x60
Regina Di Attanasio, Mare nero (2012), tecnica mista su tela, cm 80x60 Roberta Moresco, Peter il sognatore. Una vita inquieta (2012), terra semirefrattaria policroma, cm 12x22x49 Rossana Bartolozzi, Acqua (2014), olio su tela, cm 80x80
Rusp@, Contortionism (2013), olio su tela, cm 60x60 Sergio Boldrin, Omaggio a Munch (2014), acrilico su cartapesta, cm 42x51 Siegfried Pichler, Akt rot (2014), acrilico, sabbia e metallo su tela, cm 80x100
Siegfried Pichler, Seil (2013), acrilico su tela, cm 90x100 Stefan Havadi-Nagy, Car with tree Munch (2014), digital art su Dibond, cm 100x50 Susana Diaz Rivera, Corpo e spirito (2014), fotografia su carta, cm 44x35
Susana Diaz Rivera, Lo sconosciuto (2014), fotografia su carta, cm 27x40 Susana Diaz Rivera, Una sensazione strana (2014), fotografia su carta, cm 35x40 Susana Diaz Rivera, Un fuoco interno (2014), fotografia su carta, cm 40x35
Sylvie Poinsot, Sans titre (2011), acrilico su tela, cm 38x46 Teresa Condito, Lo sgomento (2011), acrilico su carta applicata su tela, cm 40x50 Tommaso De Paola, Solitudine (2014), olio su tela, cm 40x40
Trudy Bersma, The scream (2012), olio su tela, cm 50x50 Yajaira M. Pirela, Sguardo interiore (2013), olio su tela, cm 70x70
Inaugurazione























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Adelinda Allegretti: storico dell'Arte, giornalista, curator di eventi espositivi - CREDITS