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 Gennaro Barci. Blending
 Mostra personale

  Ristorart, Roma
  1-30 giugno 2009
Testi tratti dal catalogo:
Sono nato nella città di Reggio Calabria il 20 Settembre del 1985, ma vivo da sempre a Cosenza.
Primo di cinque figli, mio padre ha uno studio di ingegneria, mia madre è tecnico di laboratorio presso il Dipartimento di Strutture dell’Università della Calabria.
La mia è sempre stata una vita agiata, e da buon primogenito, da piccolo ho sempre saputo come accaparrarmi la mia parte di privilegi, capacità che col tempo devo dire d’aver forse in parte perduto.
Nel 1999 mi iscrivo presso il Liceo Classico B. Telesio, nel centro storico della città di Cosenza.
Nel 2004, dopo cinque anni di “sane” esperienze adolescenziali, conseguo la maturità classica, ma avendo una decisa propensione per la ricerca scientifica e godendo di un forte “sostegno morale” da parte della mia famiglia, decido di intraprendere gli studi universitari: dal 2002 al 2007 frequento così la facoltà di Ingegneria edile-architettura dell’Università della Calabria, conseguendo, peraltro, ottimi risultati; questo è il periodo in cui entro in contatto con il mondo dell’architettura, capace di richiamare la mia attenzione almeno quanto le scienze, che prima sembravano essere la mia sola passione.
Gli anni universitari sono davvero intensi, e non tanto per le normali esperienze di vita, quanto invece per i miei interessi, volti sempre più ad una profonda indagine del Sé e ad un intenso esame della Realtà.
Sento un chiaro richiamo dall’osservazione della natura umana, che mi porta a vedere la vita come una sorta di perenne ricerca, una costante, spasmodica, ricerca della Verità.
Ritengo che se v’è un fine, se v’è uno scopo in quest’esistenza terrena, questo deve, prima d’ogni altro, essere la comprensione di ciò che siamo; e non può esservi obiettivo alcuno, se non ci si impegna ancor prima nella ricerca di se stessi.
Così ho fatto, e continuo tuttora a fare, della conoscenza lo scopo primo ed ultimo della mia ricerca,e dunque della mia vita.
Il 2007 e parte del 2008 è un periodo critico: sono allo stremo delle forze e non so davvero cosa fare, finché, tanto per chiudere con una gran bella ciliegina sulla torta, una serie di fatti mi travolgono, lasciandomi nel buio più totale. È in questo contesto che incomincio a prendere confidenza con i primi disegni, i primi scarabocchi: sento la necessità di distrarmi, di lasciarmi andare, ho bisogno di qualcosa che rapisca i miei pensieri, e scarabocchiare su un foglio mi rilassa; ma se c’è una cosa che non sopporto è la “limitatezza” del foglio di carta: voglio più spazio, più libertà, voglio potermi muovere in uno campo più vasto. Decido così di andare a fare un po’ di spesa e acquistare bombolette, qualche pennello e degli acrilici per dipingere le pareti del mio magazzino: sono le superfici più estese che mi si presentano sottomano.
Io non voglio rappresentare né ritrarre, ma desumere e richiamare, estrapolare e trascinare fuori...
Dopo i primi lavori sulle pareti, decido di iniziare a lavorare su alcuni pannelli di legno che smonto dal soppalco del mio magazzino, distruggendo così quel poco che ne è rimasto...
Da quel periodo in poi è tutto un crescendo… l’arte prende prepotentemente posto nella mia vita, sconvolgendo ogni cosa intorno. Lascio l’Università per dedicarmi interamente alla ricerca artistica, pur senza il pieno sostegno della mia famiglia, peraltro più che giustificabile, considerando quanto il mondo dell’arte sia spesso un grande punto interrogativo.
Lasciare una strada “certa” per incamminarsi in un bosco di notte, non dà certo l’idea d’essere la migliore soluzione... ma decido di andare avanti, con la semplicità di chi sa d’aver trovato il suo bosco, la sua tana, dove nessun male potrebbe mai smuovere quella dolce, disperata quiete… L’arte diventa la mia vita, io divento la mia arte...

Quel che in verità tento di trovare, è un linguaggio che riveli lo spirito: mi chiedo come ci si possa mettere in contatto con il nostro Io più profondo, per poi analizzarlo e dargli forma concreta.
Dopo aver ricercato nel campo dell’astratto ed affrontato un percorso informale colmo di spunti delle più disparate correnti artistiche, trovo nell’Action Painting il mio primo vero punto di riferimento. Con il dripping di Jackson Pollock, si elimina totalmente il contatto con l’opera e la tela diviene elemento su cui lasciare cadere involontariamente il colore, trovando uno sfogo alle pulsioni inconsce. Pollock si accorge, quindi, che per descrivere ciò che è al di là del mondo quotidiano, oltre le nostre possibilità fisiche di comprensione, è necessario trovare un linguaggio che abbia il coraggio di non seguire le leggi canoniche della pittura, che non voglia rappresentare né ritrarre, ma esprimere, manifestare, rivelare...
Per lo storico Christopher Lasch, l’arte contemporanea può essere inquadrata come una ricerca condotta nel tentativo di eliminare “sia il soggetto, sia la soggettività, cioè il controllo ordinatore dell’intelligenza dell’artista”.
Forse l’Essenza dell’arte deve essere lì dove vive il Tutto...
Devo, quindi, spersonalizzare il mio lavoro.
Che si tratti di trasfigurazioni, geometrici, astratti o informali, pur facendo intervenire la materia ad inondarla di taglierini, stoffe, siringhe, aghi, chiodi, l’opera riporta ancora in sé la mia presenza, e con essa le emozioni, le sensazioni, gli umori che sono parte di questa realtà.
So di dover andare oltre; voglio, in verità, raccontare qualcosa di più; ed è evidente che per narrare di ciò che è oltre l’esperienza soggettiva, devo affidarmi ad un linguaggio che possa travalicarla, e dunque che appartenga a quella realtà altra, che stenta a presentarsi ai nostri occhi. Devo eliminare il soggetto.
Per de-segnare la mia opera, ho iniziato a sollevare il supporto per far scivolare i colori, ho cominciato a far roteare il quadro. L’atto del dipingere diventa così quasi una danza: ritmici movimenti si susseguono richiamando l’immagine dell’evolversi d’un silenzioso rituale...
Ma sollevando il pannello, i colori entrano in contatto, e delle volte mi pare di veder qualcosa di diverso.
Ma ritrovo le mie paure, le mie angosce, rievoco i miei sogni. Solo alcuni lavori pare abbiano qualcosa che non mi appartiene, o che ho difficoltà a definire: in sostanza non riesco a dar loro un titolo.
Quel che ora mi è chiaro, è che il processo di spersonalizzazione è evidente lì dove il colore ha modo di lavorare, di mescolarsi da sé, di svilupparsi in un processo di totale casualità. Per Sol LeWitt, l’idea dietro l’opera d’arte può diventare una sorta di “macchina che crea l’arte”, rendendo, dunque, il lavoro dell’artista quasi puramente concettuale ed in grado di definire un linguaggio concreto, attraverso il quale l’arte può, in un certo senso, narrarsi da sé.
Dopo aver portato fuori le pulsioni dell’Es colando i colori sul supporto, è possibile lasciare che questi si incontrino, e che si perdano in un surreale, tacito dialogo.
Il colore pesante su una superficie poco assorbente è libero di mescolarsi, di amalgamarsi e conversare: prende dunque vita, svincolandosi totalmente dal mio controllo, e sviluppandosi al di là del processo soggettivo.
Il processo di spersonalizzazione può portare a risultati assai differenti, pur se rimane evidente la loro origine comune. Non esiste un’effettiva distinzione, né un preciso confine cui far riferimento; esistono invece quei piccoli particolari, in apparenza insignificanti, che evidenziano il sottile confine tra l’Es e il Sé. Sono accorgimenti, delicate impressioni, differenze e discordanze che fanno parte di quella Totalità che la mia ricerca vuol mostrare. Non v’è dunque via da seguire, né via da evitare; si può, invece, tentare di analizzare le differenti soluzioni, per apprezzare la loro singolare essenza.
L’utilizzo di colori poco diluiti, un pannello ruvido ed assorbente ed il suo movimento, interrompono il processo di spersonalizzazione in un tempo molto liquido, lasciando quindi che si esprima l’inconscio: il colore lavora ancora poco; così, dopo il mio intervento, tutto si spegne, nulla più si muove né si evolve, ma semplicemente resta quel che era, quel che io avevo prodotto, né più, né meno, di quel che avevo dentro…
Su un supporto liscio e poco assorbente, il colore può invece muoversi liberamente e lasciarsi intanto controllare.
Ed io mi muovo come fossi uno solo con l’opera, cedendole una parte di quel che ho dentro, per lasciare che s’evolva poi da sé; il supporto poco assorbente consente al colore di lavorare, anche muovendo e ruotando il pannello. Quel che ne risulta è una superficie dalle brillanti parvenze marmoree. L’opera si arricchisce di particolari, porta fuori caratteri tanto piccoli e preziosi, da non poter essere confusi per un’opera dell’uomo.
Essa vive nell'attimo stesso della Creazione, in uno stato di impassibile movimento; riporta l'essenza stessa dell'origine, come del culmine delle cose...
Utilizzando un colore più liquido e minimizzando il contatto con l’opera, l’atto della spersonalizzazione può svilupparsi ed assumere liberamente forma, esaltando così il suo processo di metamorfosi. Il colore diviene materia: esso definisce una sua precisa presenza, acquista una sua tridimensionalità, schizza fuori dal supporto; nascono tagli, fessure, il colore s’increspa, si evolve fino al termine ultimo del suo possibile percorso.
Non v’è più riflessione alcuna, dimostrando come l’opera rivendichi una propria soggettività: questo risulta in apparente conflitto con il processo stesso di spersonalizzazione, che tenderebbe ad un linguaggio oggettivo, ma precisa in realtà come al confine di ogni cosa, vi è sempre, lì accanto, il suo opposto; quasi a voler dire come tutto è parte di un perenne ciclo, che nasce e termina nello stesso identico punto; come se, in fondo, il tutto e il nulla, avessero un’origine comune...
Per svelare la sottile differenza che divide l’inconscio soggettivo dall’inconscio oggettivo, dovevo poter mostrare tutto l’evolversi del processo in un singolo elemento; volevo chiarire dove terminava il mio lavoro, e dove, invece, interveniva la natura.
I B-Side Works sono lavori su plexiglass, la cui trasparenza permette di mostrare ciò che ha dato vita all'opera e di confrontarla con la componente oggettiva. Il supporto è dipinto solo da un lato, ed una sola volta. La parte non dipinta mostra semplicemente l’origine del processo: è il lato istintivo, come anche, alle volte, la ragione. In sostanza si può dire ch’è quella componente soggettiva, che ha poi lasciato spazio al libero evolversi del colore. È palese, ora, quel che divide l’Es dal Sé.
Sul lato dipinto la riflessione diviene, ora chiaramente, una caratteristica intrinseca del colore: i toni più chiari ed accesi lasciano un segno opaco, palesato attraverso forme precise ed analizzabili; i toni più scuri lasciano invece un segno leggero, delicato, riflettono il mondo esterno ed il suo continuo evolversi, forse per non lasciar trasparire quel che in verità nascondono, o forse, più semplicemente, perché specchiano su di sé la vera dimora d’ogni risposta.
Affidarsi ai segni del riflesso è come limitarsi a considerare solo ciò ch’è parte di questa realtà; perdersi nelle profondità del buio è l’unica maniera per poter scrutare ciò ch’è oltre l’apparente.
Sul lato opposto, invece, non v'è colore, ma quel che il suo libero evolversi ha trasformato e poi nascosto. Si torna indietro nell’attimo del processo creativo, che svela così il suo valore soggettivo; porta il segno delle pulsioni inconsce, di quell’istinto che cede poi il pennello alla natura, lasciandole il suo pensiero.
Il continuo ed incessante confronto tra l’atto soggettivo e quello oggettivo inquadra quella componente "impersonale" che altrimenti non potrebbe essere spiegata, né mai definita.
I B-Side WorKs sono un perenne ed incessante confronto l'Es e il Sé.
Con la grafica digitale è possibile poi risaltare quei piccoli particolari che, ripresi ed analizzati, trovano una loro personalità, svincolandosi totalmente da ciò da cui derivano, o di cui erano parte, a dimostrazione che non v’è differenza alcuna tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande.
Si tratta, dunque, di fotografie di piccoli frammenti dei miei stessi lavori, ripresi al computer e “ridefiniti”, forse nel tentativo di ritrovare in essi ancora qualcosa di me stesso.
Nient'altro che piccole parti di un contesto infinito; eppure, ognuna di loro, con una propria, concreta essenza.
È evidente che, in tutto questo, v’è qualcosa che non è opera dell’uomo, o almeno non dell’uomo inteso nella sua sola essenza soggettiva; è evidente che l’uomo, da solo, non può comprendere le leggi che regolano quel che è senza spazio e senza tempo; è evidente, se non altro, che esiste qualcosa che è al di là di quel che vediamo, che lega ed accomuna noi tutti, e che solo attraverso questa consapevolezza, è possibile vedere oltre...

Gennaro Barci
Allegati
Mostre dello stesso artista:
 Catalogo  
Opere
Gennaro Barci, ...From the middle (2008), blending su MDF, smalto lucido, cm 150x100 Gennaro Barci, Brainstorm (2008), blending su MDF, smalto lucido, cm 150x100 Gennaro Barci, Dualismo (2008), blending su MDF, smalto lucido, cm 140x100
Gennaro Barci, Green and cold (2008), blending su MDF, smalto lucido, cm 70x120 Gennaro Barci, The clash (2008), blending su MDF, smalto lucido, cm 100x150 Gennaro Barci, The sunset (2008), blending su MDF, smalto lucido, cm 120x70
Gennaro Barci, Untitled (2008), blending su MDF, smalto lucido, cm 120x70 Gennaro Barci, Untitled (2008), blending su MDF, smalto lucido, cm 120x70 b Gennaro Barci, Untitled (2008), blending su MDF, smalto lucido, cm 170x70
Inaugurazione

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Adelinda Allegretti: storico dell'Arte, giornalista, curator di eventi espositivi - CREDITS